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Vṛścikāsana PDF

Nell’ambito dello yoga è sempre vivo il dibattito sulle posizioni “difficili”. Ma sono utili? A che cosa servono? C’è chi predilige l’aspetto più fisico della pratica, finalizzato a stare in tutte le possibili posizioni che offre il corpo. Si parte da gesti semplici, dal movimento pulito e preciso – all’inizio sembrano sempre i soliti – per poi progressivamente raggiungere tramite una pratica quotidiana per nulla intenzionale quell’ardore, quella forza interiore che consente posizioni più complesse. È un’esperienza fisica che porta a un contatto reale con se stessi e incoraggia a una rettitudine interiore e di conseguenza a una lucidità che ci permette la ricerca necessaria.

Resta la questione che per riuscire a realizzare tali posture più complesse occorre il tempo e la volontà per esercitare, e dunque riprovare, cadere, rialzarsi; allora la dedizione diventa impegno quotidiano, una relazione con il nostro corpo e con tutto ciò a cui è collegato.

Per chi invece predilige una pratica circoscritta alla sfera psico-emotiva, il tempo necessario per arrivare a tali posizioni sembra quasi sprecato, poiché il benessere psicofisico si può ottenere con posture molto meno impegnative. In fondo le persone – in larga maggioranza – frequentano le sale di yoga per stare bene nel corpo, ed è solo dopo, quando scoprono che il benessere si estende anche al piano psichico, che si dedicano alla dimensione interiore, prestando attenzione all’ascolto del respiro e poi dell’energia.

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Ma sappiamo bene che quando la pratica apre una breccia, questa diventa una via senza ritorno; una volta ricevuta la grazia di un sentire speciale, è assurdo sottrarsi a tale risveglio. Tutto ciò ci insegna a vivere con serietà e rigore le difficoltà e gli ostacoli, nostri grandi alleati. Quando ci accorgiamo che l’energia tenuta in blocco da paure, risentimenti, pregiudizi e preconcetti ci limita come persone, forse è arrivato il momento di prendere coraggio e spingersi in posizioni più intense, e tra queste la posizione dello Scorpione.

Ci vuole molto impegno, il più viscerale e anche il più fisico, per distillare dal veleno dello Scorpione un elisir benefico. Il corpo si unisce compatto al respiro e alle sue funzioni più sottili ed elaborate. Sempre sotto l’egida del centro, della coscienza, si dovrà agire in modo che nessuna delle componenti impegnate prenda sopravvento sulle altre, altrimenti la posizione diventa mera pratica ginnica. La passione sistematica per la pratica è vitale, ci aiuta a riconoscere i nostri limiti, grande potenziale, e le nostre risorse, nutrendo fiducia e consapevolezza dentro di noi. La fiducia è una dimensione costruttiva dell’essere umano, germoglia in motivazione, forza d’animo, spirito di iniziativa e coraggio di fare e disfare, accettare e aspettare. È un’esperienza graduale che orienta la vita, perché la pratica invade l’esistenza.

Con queste premesse si arriva naturalmente a concepire vṛścikāsana, lo Scorpione, non come punto di arrivo ma di partenza. Davanti al pericolo infatti lo scorpione attacca con il suo veleno. Gli antichi romani dicevano in cauda venenum, e ancora oggi lo diciamo di qualsiasi persona che si adorna di bei discorsi per poi alla fine colpire mortalmente. Noi attacchiamo quando non siamo soddisfatti della nostra situazione, non soggetti, ma oggetti in balia del fato. Conosciamo bene il veleno dentro di noi, sospetti, diffidenze, amarezze, livori, risentimenti e altro che affolla la mente, dirigendola in attività improprie. Ma l’aggressività, che spesso emerge quando c’è frustrazione, può essere utilizzata, incanalata in senso positivo.

La posizione dello Scorpione porta a padronanza di sé, infondendo l’energia che trasforma come un alchimista il veleno in virtù supreme, quali la fede e la gratitudine – che nella pratica è entusiasmo – congiunte all’umiltà, qualità dell’attenzione e radice dell’amore. La meditazione in tal senso contribuisce molto a conciliare tutti i diversi piani dell’essere, a creare un centro di super visione.

Vṛścikāsana è una posizione capovolta in equilibrio sugli avambracci, oltre che di forza e flessibilità. Ci si può arrivare anche da śīrṣāsana, ma meglio ancora da pinca mayūrāsana. Noi partiremo progressivamente con quest’ultima.

Pinca mayūrāsana

Per prendere la misura precisa del punto in cui appoggiare i gomiti, sedersi a terra davanti al muro con le gambe tese; dove stanno gli ischi, esattamente lì appoggeremo i gomiti (Figura 1).

-     In ginocchio, schiena al muro, appoggiare i gomiti esattamente dove prima stavano gli ischi, sotto e perpendicolari alle ascelle, con i palmi delle mani rivolti verso l’alto per dare rotazione esterna alla spalla, e i piedi contro il muro (Fig. 2).

-     Girare poi il palmo delle mani a terra con le dita e i polsi ben allungati e con le due linee che attraversano mani, polsi, gomiti e ascelle perfettamente parallele e separate. Nel caso all’inizio risulti impossibile mantenere le due linee parallele, sistemare tra le due mani un libro o uno spessore.

-     Allargare le dita estendendole bene sul tappetino, radicando le nocche delle dita e i punti laterali esterni – ulnari – dei polsi. Tale precisione è necessaria per attivare le articolazioni delle spalle e delle scapole, ed è la base su cui poggia tutta la posizione[1].



Espirando sollevare le ginocchia, appoggiare un piede al muro all’altezza dei glutei e spingere per alzare il bacino sopra alla verticale spalle/gomiti (Fig. 3).

-      Sollevare poi anche l’altra gamba (Fig. 4).

-      Qui è importantissimo mantenere l’angolo tra spalle e polsi di 90°, le spalle devono andare verso il muro estendendo al meglio il dorso. Quando le spalle non stanno ferme sopra i gomiti ma crollano in avanti verso le mani, i piedi fanno meno presa e scivolano dal muro, impedendo di accedere alla posizione. In questo caso si può chiedere l’aiuto di un compagno che ci fermi le spalle sopra i gomiti, spingendo le scapole verso il muro. La testa dev’essere alta e lo sguardo tra le due mani.

-      Stabilizzarsi nella posizione capovolta in equilibrio sugli avambracci.

-      Staccare poi prima un piede - senza slancio - allungando la gamba alta verticale, mentre l’altro piede rimane saldo al muro fino poi solo a sfiorarlo con la punta dell’alluce (Fig. 5).

-      Familiarizzare così con l’equilibrio.

-      Quando la consapevolezza del corpo nello spazio è tale da sentirsi sicuri, possiamo provare la posizione al contrario, con il muro dietro la schiena: a circa 40 cm dal muro, seduti sui talloni appoggiare gli avambracci precisamente come detto sopra, sollevare le ginocchia e a piccoli passi avvicinare i piedi alle braccia, tenendo le spalle verticali ai gomiti a 90°.

-      Inspirando allungare il bacino verso l’alto fino quasi alla linea delle spalle. Espirando sollevare una gamba, fino a quando il tronco e la gamba sono quasi allineati nella verticalità spalle/gomiti. Il modo corretto per entrare in questa posizione è quello di utilizzare i muscoli addominali e lombari in modo da sollevare il corpo senza saltare.

-      Inspirando allungare tutto il corpo poi espirando spingere con il piede che sta in basso sollevando la gamba e il tronco fino a sentirsi in pinca mayūrāsana. Usare i muscoli della schiena.

-      Mantenere entrambe le gambe dritte, eventualmente con un piede sfiorare il muro.

-      Ogni volta che si sale, alternare la gamba che si solleva per prima, per evitare che si creino squilibri nella schiena.

-      Mantenere forti i piedi che tendono verso l’alto, piedi uniti.



[1] A questo proposito, oggi gli studiosi sono convinti che la stimolazione del cervello – così come quella del linguaggio - sia inestricabilmente legata all’uso delle mani. Fin da piccoli però si tende ad alimentare l’utilizzo di pollice e indice, finalizzato a tenere la penna, a scapito di anulari e mignoli. Gli anulari e i mignoli sono collegati alle ossa e ai muscoli della fascia laterale esterna dell’avambraccio e del braccio, fino ad arrivare alle scapole e alla colonna vertebrale. Nel caso delle due posizioni di cui stiamo parlando, quando tutto il cingolo scapolare si muove liberamente, gli impulsi provenienti dal sistema nervoso centrale raggiungono direttamente mani, mignoli e anulari, contribuendo in modo importante al vigore di tutta la posizione.